Manovrina Beni Culturali

April 30, 2017

In Italia si parla di crisi, di tagli, di ottimizzare le risorse ma poi si parla anche di valorizzare il patrimonio artistico, di risorsa culturale, e forse ipocritamente si sostiene che l'italia è il più bel paese del mondo con patrimoni di tutte le epoche e che potrebbe vivere solo di questo. Bene, poi  però il richiamo europeo, il pil non cresce, la deinsutrializzazione provoca crisi di precariato abnorme, il terzo settore non va anche per incompetenze gestionali e incapacità di fare squadra (vedi anche il caso Alitalia), i giovani inevitabilmente si addormentano dietro nuove tecnologie che li distraggono e arriva la "Manovrina" che lascia intendere che è una cosa piccola, poco significativa insomma marginale. Ma a leggere bene dietro questo vacuo diminutivo che si cela la definitiva fine della tutela dei beni culturali in Italia.

Fiaccato dallo smembramento dei Musei dalle Soprintendenze, sfibrato da un accorpamento della tutela storico-artistica prima, archeologica poi, a quella architettonica e paesaggistica, privo di strumenti per fronteggiare una massiccia riorganizzazione, forzatamente pretesa “a costo zero” dal Governo, il Ministero dei Beni Culturali riceve un’ultima, durissima bordata, subendo un drastico taglio alle risorse ad esso destinate: ben 12 milioni di euro in meno, che in una fase complicatissima come quella sopra tratteggiata diventano una pietra tombale sulla possibilità effettiva di esercitare la tutela.

Del resto, le singole voci relative ai tagli parlano chiaro: il capitolo più penalizzato è quello relativo alla tutela del patrimonio culturale, che riceverà 5,455 milioni in meno rispetto a quanto previsto. A questa cifra vanno aggiunti i tagli a voci specifiche di tutela: Tutela archeologica (- 220.000 €), tutela e valorizzazione dei beni archivistici (- 599.000 €), tutela e valorizzazione dei beni librari (- 992.000 €), tutela delle belle arti e tutela e valorizzazione del paesaggio (- 552.000 €). In totale fanno 7,818 milioni di Euro in meno, rispetto alle previsioni di spesa per il 2017.

In questo naufragio generale, c’è comunque chi non piange: il comma 6 dell’art. 22 del Decreto infatti “salva” i grandi Musei, fiore all’occhiello della riforma Franceschini. Per loro niente tagli, bensì la possibilità di andare in deroga ai limiti previsti dalla normativa per “ avvalersi di competenze e servizi professionali… per sostenere il buon andamento degli istituti e garantirne l’attivazione”. In sostanza, consulenze e servizi dati in appalto per salvare i Musei autonomi dallo sfascio del Ministero.

Si sa, in tempi di manovrine l’importante è salvare le apparenze, lucidando le vetrine dei grandi musei. Buoni per macinare ingressi turistici e passerelle di lusso per i nostri politici. Perché lo scintillio dell’argenteria di famiglia nasconda, col suo brillare, la dolorosa agonia dei beni culturali italiani. 

Poi però cadono i muri a Pompei ma soprattutto va lentamente sparendo tutto il patrimonio di chiese ed abazie che hanno fatto la storia di questo paese dietro quei uri anonimi si cela la storia d'Europa pensate che cosa sarebbe stata l'Europa senza i Bendettini che hanno costruito la prima rete di sapere europea ed ora quella identità che tanto si cerca è dimenticata. Eppure potremmo invertire la rotta investendo sui territori sulle tipicità culturali magari evitando come ci fece notare Vito Acconci che è appena scomparso di fare solo del profitto. l’arte oggi “è diventata un business per pochi, roba da ricchi. A me interessa essere al centro di qualcosa, e con l’arte non è più possibile, mentre invece è qualcosa che può accadere facendo architettura e design. Creando nuovi spazi architettonici riesci ad arrivare a tutti”." Vito Acconci

 

29.04.2017

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